Recensione: «La verità è ciò che unisce». Attualità del pensiero di Karl Jaspers

Jaspers

di Piergiacomo Severini

«La verità è ciò che unisce» è il rilevante approdo delle ricerche di Roberto Garaventa su Karl Jaspers. Nello studio proposto si ripercorre il pensiero del filosofo tedesco, attraverso precise ricostruzioni storiche e bibliografiche che corredano un’esposizione chiara, lineare, semplice ma non semplicistica. Le competenze maturate dall’autore sul pensiero di Jaspers dialogano implicitamente con un più ampio interesse per tematiche esistenziali e con il confronto con filosofi e teologi contemporanei di area tedesca, ottenendo una penetrante riflessione sulla ricerca filosofica di un dialogo veritativo tra singolo e Trascendenza. Oltre ad essere membro della Società Italiana Karl Jaspers e ad aver tradotto in italiano La fede filosofica a confronto con la rivelazione cristiana, Garaventa vanta numerose pubblicazioni sul tema, come Gesù di Nazareth secondo Karl Jaspers: personalità paradigmatica e cifra della Trascendenza (2013), Zur Rolle der Philosophie in der gegenwärtigen Welt aus der Sicht von Karl Jaspers (2015), Ridestare il pensiero filosofico. Die großen Erwecker nella storia della filosofia di Jaspers (2013), Il carattere demoniaco della tecnica in «Origine e fine della storia» (2015).

Lo studio si sviluppa in due direzioni: da un lato, i primi tre capitoli offrono al lettore le conoscenze di base per capire il pensiero jaspersiano; dall’altro, i capitoli dal quarto al sesto si focalizzano sulla relazione tra la ricerca filosofica del singolo esistente e la rivelazione religiosa. Attraverso questo percorso, emerge una ricerca della verità libera e tollerante, che contrasta la volontà del possesso con la coscienza di essere in cammino nella chiarificazione delle profondità dell’esistenza. L’obiettivo dichiarato nell’introduzione è far riflettere sulla rilevanza del pensiero illuministico-liberale di Jaspers, per interpretare in maniera meno ingenua alcune dinamiche attuali. In risposta alle degenerazioni della superstizione dello scientismo o della pretesa assolutistica delle religioni storico-positive, va recuperata la capacità dell’esistenza di valorizzare l’apporto scientifico e tecnico come vie per progredire nella familiarizzazione con quel mondo naturale che si fa luogo di accoglienza delle cifre e in cui dare spazio alla dimensione metafisica.

Il primo capitolo tematizza il rapporto della filosofia con la scienza e la religione. Nel XX secolo, la filosofia ha cominciato a prendere a modello le scienze empiriche esatte, mentre il progresso scientifico ha conosciuto una crescita esponenziale, alla ricerca del nesso onnilaterale che lega tutte le parti. In questo contesto, Jaspers cercare di ridefinire i ruoli con maggiore precisione e, a tale proposito, Garaventa sottolinea che la “conoscenza cogente” raggiunta dalla scienza non è mai “conoscenza assoluta”: essendo sempre vincolata all’oggettualità, la scienza può scandire una migliore conoscenza dell’ente raggiungendo nuove unità, ma non potrà mai astrarsi da sé e contemplare la storicità in cui affonda le proprie radici. Richiamando la distinzione kantiana tra intelletto e ragione, «vi sono infatti due livelli della razionalità: un intelletto scientifico […] e una ragione che si occupa di ciò che travalica la realtà scientificamente analizzabile» (p. 21). La scienza che vuole sapere l’Essere e la Verità è destinata ad andare incontro a uno scacco esistenzialmente fecondo, perché a quel punto la filosofia interviene come pensiero che, nella barriera ai confini della conoscenza, individua una finestra, da cui affacciarsi sull’inoggettualità di ciò che conta veramente per la vita.

Nel confronto con la religione, per Jaspers le fedi rivelate hanno una pretesa di esclusività che porta all’hybris di pensare tramite determinazioni ciò che invece ne è privo. Nonostante ciò, l’incondizionatezza delle verità di fede fonda la fede filosofica. Questa volta, per fare chiarezza, si deve distinguere tra il “vero per tutti” delle scienze e l’“incondizionatamente valido” della fede: la verità della scienza è qualcosa che si impone in un sistema, indipendentemente dal soggetto che si approccia a essa, mentre la verità della fede filosofica non si impone ma deve la propria radicalità al coinvolgimento e al valore che ha per il soggetto, in quanto rapporto personale del singolo con la Trascendenza. Se, attraverso la filosofia, della scienza bisogna salvare il progresso nell’ideazione di unità per conoscere meglio il mondo, senza appropriarsi della totalità, la religiosità va piuttosto esaltata come cammino metafisico, senza elevare la propria via a ciò che è vero per tutti: «La filosofia […] non nega la costitutività della dimensione religiosa nell’uomo, ma ne svela solo l’ineludibile prospetticità» (p. 38).

Il secondo capitolo propone un documentato scenario della situazione in cui si trovano la psicologia e la psichiatria del primo ’900. L’operazione di Jaspers si rivela una riflessione epistemologica volta a relativizzare e delimitare il campo d’azione dello psicopatologo, che mai potrà cogliere esaustivamente la “totalità onniabbracciante” chiamata “uomo”. È questa un’esemplificazione del circolo virtuoso che si instaura tra scienza e filosofia, in cui la scienza muove ipotesi per conoscere sempre meglio il mondo, mentre la filosofia ragiona sull’unico oggetto che la scienza non può studiare, ovvero la scienza stessa, verso un pluralismo metodologico. In ogni scienza, compresa la psicopatologia, «il tutto non può mai farsi oggetto, ma è il punto finale irraggiungibile di ogni movimento della comprensione» (p. 60), come idea regolativa che alimenta la fede nella ricerca del singolo.

A conferma dell’imperativo di non scambiare mai una parte per il tutto, il terzo capitolo affronta il “demonismo” della tecnica. Senza scadere nella “tecnolatria” o nella “tecnofobia”, l’uomo contemporaneo deve recuperare la propria tradizione culturale, valoriale e storica, il proprio ruolo attivo nell’attribuzione di un senso. La tecnica è stata creata per realizzare determinati scopi funzionali, quindi, come la scienza e la psicopatologia, non può essere elevata a fine e non può assumersi responsabilità che sono esclusivamente umane. Se gli strumenti sembrano essersi autonomizzati, è perché l’uomo vuole dimenticare di essere il loro creatore. La tecnica può portare grandiose opportunità e pericoli inimmaginabili, a decidere se essa risulterà un bene o un male saranno la qualità dell’impegno etico e del rapporto con la Trascendenza dell’uomo che si serve della tecnica.

Gli ultimi tre capitoli del testo aprono a una verità che unisce. Recuperando la comunicazione indiretta kierkegaardiana, ciò che contraddistingue la fede filosofica è la mancanza di una incarnazione oggettiva della Trascendenza, per cui la Trascendenza stessa può darsi in cifre differenti e il singolo è libero di leggere in esse il modo più adatto per dare alla propria vita l’impronta dell’esistenza. Privato del riparo dell’analisi scientifica, il singolo guadagna una possibilità soggettiva che può essere solo chiarificata filosoficamente: «chi, rispondendo all’appello della Trascendenza, ha trovato in libertà una “verità” che è in grado di sostanziare e indirizzare la sua vita, […] si può ben dire che adesso abbia una “fede”» (p. 95). In questo senso, Gesù, Socrate, Buddha e Confucio sono personalità “decisive e paradigmatiche” della storia umana, che hanno testimoniato con forza una certa maniera di essere uomini, senza fissarla in leggi precise, e invitando piuttosto ad interrogarsi costantemente. Allo stesso modo, Pascal, Lessing, Kierkegaard e Nietzsche, i “ridestatori” de I grandi filosofi, hanno illuminato l’oscurità dell’esistenza possibile dell’uomo, con personalità critiche, combattive, drammatiche, impossibili da ridurre a una dottrina e di cui fare necessariamente esperienza con la propria libertà.

Se la verità può unire, è perché essa è tanto un bisogno incondizionato quanto un possesso impossibile, che obbliga ad una ricerca condivisa e in itinere. A Garaventa va il merito di aver colto tre pietre miliari del contributo jaspersiano. Innanzitutto, il recupero delle scienze, della tecnica e di tutte quelle attività umane che orientano nel mondo, perché nella possibilità di essere libero l’uomo non smette mai di essere anche corpo. In secondo luogo, la constatazione che non ci sono due “mondi”, ma due “modi” di stare al mondo: come mostra il percorso di Filosofia, lo scacco della conoscenza assoluta risveglia il singolo a ciò che per lui vale incondizionatamente, in un dialogo con la Trascendenza che riporta a un mondo trasfigurato, da vivere non più come oggetto da possedere con la conoscenza, bensì come esperienza di incontro del valore nella lettura delle cifre. Terzo, l’alternativa radicale tra un’esistenza libera e la padronanza di una verità assoluta, perché per esistere liberamente bisogna prima accettare di avere dei limiti, poi limitarsi a propria volta, negli atti che danno forme materiali finite al valore trascendente.

L’attualità jaspersiana sta nella capacità di fedeltà alla missione della filosofia di custodire la libertà del singolo, evitando le semplificazioni o le assolutizzazioni con cui l’uomo dimentica di interrogarsi sul senso e cerca di demandare il lavoro per guadagnare l’esistenza promessagli. Oltre il criticismo kantiano, Jaspers elabora un “organon di esercizi esistenziali” (J. HERSCH, Karl Jaspers en quête de l’être: fonction créatrice de l’échec, 1988) che ridimensiona ogni schema ideale umano a strumento metodico illimitatamente correggibile. Solo quando si è svincolata dalla presa totalitaria che prova a soffocarla, la libertà può aiutare nella lettura delle cifre e alimentare una fede che faccia esistere. Nasce così un’unitaria e comune ricerca della propria verità singolare, in cui il sapere di non sapere e il bisogno di sapere portano a un’apertura totale, una lettura che cerca di chiarificare l’esistenza, tra il dialogo con la Trascendenza, la “lotta amorosa” con i propri simili e “l’appropriazone” del pensiero dei grandi del passato.

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