Recensione: Karl Jaspers a confronto con la rivelazione cristiana

Recensione: Karl Jaspers a confronto con la rivelazione cristiana

Il testo fu pubblicato per la prima volta nel 1960 in un volume collettaneo in onore del filosofo e teologo Heinrich Barth (fratello di Karl), che compiva settant’anni. E proprio l’introduzione di Garaventa ci aiuta a mettere a fuoco almeno tre punti cruciali. Innanzitutto la separazione fra la scienza, intimamente legata alla scissione fra soggetto della conoscenza e oggetto, e incapace di dare indicazioni sul senso dell’esistere e dell’agire; la filosofia, «una sorta di “non sapere” che emerge ai confini estremi del conosciuto e trasforma la vita del singolo»; e la teologia, che pretenderebbe «di fornire una visione complessiva della realtà» e nel contempo «di scuotere esistentivamente e indirizzare eticamente gli individui». Altro punto: l’intima tensione che caratterizza ciascuno di noi. Infatti l’individuo si presenta come esserci (il singolo con i propri bisogni e desideri, in lotta per affermarsi, in rapporto con l’ambiente), come coscienza in generale (il possesso da parte di ognuno della facoltà di conoscere in modo oggettivo e universalmente valido la realtà), come spirito (capace di concepire opere di fantasia e di creare). Egli, però, può essere davvero se stesso come esistenza, «cioè solo se decide liberamente di dare un’impronta precisa e determinata alla sua vita»: è la dimensione del poter essere, della libertà, legata al rapporto con la Trascendenza. Terzo punto: il linguaggio delle «cifre», intese come segni. Esse, in verità, «sono più che segni». I segni «indicano qualcos’altro, che può essere anche detto, visto, conosciuto in modo diretto», mentre «le cifre costituiscono un linguaggio che è percepibile solo nelle cifre stesse, non in riferimento a qualcosa d’altro, e il cui soggetto parlante è come tale sconosciuto, inconoscibile e indesumibile». Un linguaggio per sua natura «ambiguo e polisenso», oscillante. Le cifre possono essere accolte o rigettate, e spesso suscitano solo indifferenza. Esse, inoltre, sono in lotta fra di loro. Non rivelano una realtà concreta: le cifre della Trascendenza, a esempio, non possono essere comprese in maniera univoca, poiché ci parlano «in parola umana». Il Dio nascosto resta tale.

Ed è qui il succo della fede filosofica, come concepita da Jaspers. Quasi rivolgendosi a Karl Barth, il filosofo scrive: «La rivelazione è un reale e concreto atto di Dio o è forse essa stessa una cifra? Io non posso eludere la questione. O la rivelazione è l’azione temporalmente e spazialmente determinata di Dio (e così la definisce il credente) e allora non è più cifra, ma realtà concreta. Oppure è una cifra e, allora, sta accanto ad altre cifre e non è più reale e concreta rivelazione». Egli non ignora certo l’approccio dialettico, secondo il quale, a esempio, la rivelazione sarebbe «un manifestare nascondente» e «uno svelare velante», ma mette in guardia rispetto al rischio di cadere in vuoti sofismi. I testi biblici, poi, non lasciano indifferente colui che nutre una fede filosofica; egli, anzi, tende a far propri i loro contenuti, vissuti come «cifre ambigue». Quasi alla fine del saggio, inoltre, Jaspers sorprende il lettore ponendosi una domanda insieme profonda e paradossale: perché il «filosofo» si sente insoddisfatto allorquando il teologo, di fatto, rinuncia alla rivelazione? «Vuole forse che esista ciò che egli tuttavia non riconosce per sé?». Ecco la risposta: «Nella fede rivelata avviene forse qualcosa, in forza della sua concretezza, che egli deve rispettare come possibile verità autentica per altri», pur non riconoscendola per se stesso. Chi filosofa, se non comprende la rivelazione, «vorrebbe tuttavia cercare, con amore verso l’uomo, ciò che scaturisce nel mondo dalla fede in essa». Da qui l’importanza cruciale della comunicazione fra gli esseri umani, l’esigenza di parlarsi e di rispondere alle domande altrui. Come non scorgere l’eco delle sollecitazioni di Jaspers e di altri nell’idea della fede come ricerca e non come possesso? E dinanzi a tutto ciò, come non ricordare le parole, di cui ci narra il Vangelo di Marco, di quel padre che si rivolge a Gesù dicendo: «Io credo; sovvieni alla mia incredulità»?

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